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Talking Heads – Little Creatures

15 dicembre 2009

Little CreaturesRecentemente ho acquistato Little Creatures dei Talking Heads (1985), nella versione riedita nel 2006, con tanto di dvd allegato e bonus tracks. La canzone più nota del disco è Road To Nowhere, spensierata marcia “verso il nulla”, recentemente eseguita dai francesi Nouvelle Vague, nel loro terzo album “3″ del 2009; una versione che mi è piaciuta moltissimo, mi ha ispirato in questo acquisto e di cui vi propongo video in fondo in fondo.

Fatto girare il cd ho riascoltato, tra le altre, l’ottima Television Man, non solo nella versione originale, ma anche nella a me sconosciuta versione extended mix, che ho prontamente ritrovato su youtube per proporla qui sotto: il pezzo, meno noto delle hits con cui i Talking Heads hanno fatto da colonna sonora alla mia adolescenza, in questa versione remixata trova una nuova dimensione, più aperta e musicalmente appagante; il brano, specialmente nella seconda parte, si rivela ottimo per capire come si formi il particolare sound dei Talking Heads: sovraincisioni successive in cui strumenti diversi sviluppano temi melodici diversi che si ripetono: questo intreccio determina una grande ricchezza sonora che può riservare sorprese anche dopo molti ascolti.

Un disco essenzialmente pop, forse il più accessibile dei Talking Heads; ma un pop colto, di livello eccelso, studiato nei minimi particolari che (nelle nove tracce originali) non esce dallo schema canzone classico e limita le improvvisazioni al minimo, ma non per questo diviene banale o scontato.

Degna di nota anche la bellissima copertina di Howard Finster selezionata come copertina dell’anno nel 1985 dalla rivista Rolling Stone.

Tracklist: 1. And She Was – 2. Give Me Back My Name – 3. Creatures of Love – 4. The Lady Don’t Mind – 5. Perfect World – 6. Stay Up Late – 7. Walk It Down – 8. Television Man – 9. Road to Nowhere

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Michael Jackson a Dica 33

22 ottobre 2009

thrillerSabato 24 ottobre (ore 21.00) inizia la nuova stagione di Dica 33, la trasmissione di Radio Fragola condotta dal trio papaloki-ziogianni-giovanezanna, che propone l’ascolto di un vinile nella sua interezza, con contorno di contestualizzazioni proposte anche dagli ospiti presenti in radio.

Il trio di conduttori ci aveva lasciato prima della pausa estiva, presentando “l’abum degli album”, Thriller di Michael Jackson, il disco più venduto di tutti i tempi. La scelta non era un omaggio in occasione della prematura morte della popstar, evento successivo alla trasmissione.

Il disco, datato 1982, prodotto dal mitico Quincy Jones non ha bisogno di presentazioni: un autentico capolavoro anche per chi di Michael Jackson non è fan: 7 singoli estratti (su 9 tracce complessive); 110 milioni di copie vendute (finora) di cui 27 nel solo primo anno dalla pubblicazione; 12 nominations ai Grammy Awards, 8 vinti (cifra record per un solo album); due video fra i più innovativi della storia di questa recente forma d’arte (Thriller, diretto da John Landis, e Billie Jean che propongo in calce all’articolo); la collaborazione, fra gli altri, di Paul McCartney, Toto ed Eddie Van Halen.

Di tutto ciò si è parlato durante la trasmissione che in breve si è trasformata in una festa di chiusura anche grazie alle contestualizzazioni, molte delle quali ballabilissime: dal fondino “Love To Love You Baby” di Donna Summer a “All Night Long” di Lionel Ritchie a Superstition di Stevie Wonder; dalla “Say Say Say” di Paul McCartney (con Michael Jackson) a “Somebody’s Watching Me” di Rockwell (con Michael Jackson) a “Dirty Diana” e “Don’t Stop ‘Til You Get Enough” dello stesso Michael Jackson a “Music’s Taking Over” dei The Jacksons; da “Ice Cream Man” dei Van Halen a “I Would Die For You” di Prince a “Stomp” dei Brothers Johnson. Una puntata fiume che si è prolungata ben oltre la canonica ora e mezza.

Tracklist: 1. Wanna Be Startin’ Somethin’ – 2. Baby Be Mine – 3. The Girl Is Mine (con Paul McCartney) – 4. Thriller – 5. Beat It – 6. Billie Jean – 7. Human Nature – 8. P.Y.T. (Pretty Young Thing) – 9. The Lady In My Life

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Bruce Springsteen, Udine 23 luglio 2009

26 luglio 2009

Bruce Springsteen ConcertSono passati 20 anni dall’ultimo concerto (Torino, 1989) che ho visto di Bruce Springsteen, ma non per lui, che rimane un grandissimo. A differenza di 20 anni fa ho deciso di guadagnare il prato con lieve anticipo, senza l’estenuante maratona dal mattino per raggiungere una posizione privilegiata sotto al palco… per me gli anni sono passati; in ogni caso non ero assolutamente lontano ed ho potuto godere di un’ottima visuale e di un buon audio, sempre curatissimo negli spettacoli del Boss, senza i volumi eccessivi di tanti live, quasi a compensare la mancanza di energia di chi sta sul palco.

Ho assistito, insieme ad altri 40mila fortunati, a uno spettacolo eccezionale, 3 ore senza pause: non solo la canonica pausa fra i 2 atti classici dei concerti (che anche giovanissimi gruppi emergenti infilano per riposarsi durante uno show di 1 ora e mezza) ma quasi nessuna pausa fra un pezzo e l’altro: un continuum di emozioni ed energia che stanca il pubblico alla fine esausto, ma non la fantastica E-Street Band né tantomeno lui, il Boss, che a quasi 60 anni fa impallidire per la forma e la tenuta fisica e per quanto riesca a “dare” con una generosità che non ha eguali nel panorama musicale.

A conferma dell’unicità dell’evento sfido chiunque a trovare un altro artista che cambi scaletta ad ogni tappa del tour promozionale di un disco appena uscito e che suoni (su 25 pezzi) solamente 2 canzoni dal nuovo lavoro: un mito.

La scaletta: Intro Trio Fisarmonica – Sherry Darling – Badlands – Hungry Heart – Outlaw Pete – Darlington County – Something in the Night – Working on a Dream – Murder Incorporated – Johnny 99 – No Surrender – Raise Your Hand (instrumental) – Summertime Blues – Be True – Streets of Fire – My Love Will Not Let You Down – Waitin’ on a Sunny Day – The Promised Land – American Skin (41 Shots) – Lonesome Day – The Rising – Born to Run – Born in the U.S.A. – American Land – Bobby Jean – Dancing in the Dark – Twist and Shout

Ad un fan di vecchia data come me un po’ dispiace non aver sentito nessun pezzo dai primi due album, ma come sempre Bruce dal vivo riesce a trasformare anche i pezzi che meno mi entusiasmano nelle registrazioni in studio in autentici capolavori (ad esempio Lonesome Day o Dancing in the Dark).

I momenti che più mi hanno emozionato: la splendida saga western Outlaw Pete (che propongo sotto, proprio dal concerto di Udine e tra l’altro ripresa circa dalla mia posizione sul prato); American Skin (41 shots), il pezzo scritto dal Boss per ricordare Ahmed Amadou Diallo, 22 anni, ucciso con 41 colpi di pistola da 4 poliziotti del Bronx (per una storia della canzone vi rimando a questo indirizzo); Something In The Night, uno dei rari momenti intimi di un concerto che e’ stato soprattutto puro energico rock’n'roll, lasciando poco spazio allo Springsteen romantico ed intenso di tante ballate.

Il giorno dopo il concerto ricevo un sms di un mio amico (presente anche lui al concerto) che recita così: “Come al solito. Grande depressione dopo il concerto. Dove troverà mai l’umanità un altro pari gigante del rock’n'roll?”. Non potrei essere più d’accordo.

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Il Genio, Roma 10 aprile 2009

29 maggio 2009

ilgenio1Il 10 aprile scorso, al Circolo degli Artisti di Roma , ho assistito al concerto de Il Genio, duo electro-pop originariamente formato da Gianluca De Rubertis (voce e tastiere) ed Alessandra Contini (voce e basso) che nelle ultime apparizioni si è esteso ad un quartetto con l’inserimento di Andrea Garbo (chitarre) e Paolo Mongardi (batteria).

Della loro produzione, lo ammetto, avevo ascoltato solamente due brani: la nota hit “Pop Porno” (di cui allego il video molto ben fatto in calce all’articolo) e “Non è possibile” in cui, con ironia, si afferma l’impossibilità che l’uomo sia andato sulla luna:

Scusate la franchezza
ma lo pensano molti scienziati
e quindi
no, non è possibile
che l’uomo sia andato sulla Luna.

Come spesso accade quando non viene fatto un soundcheck decente, la resa audio era pessima: in particolar modo le voci erano assolutamente impastate nel suono, facendo solamente intuire a tratti che il cantato fosse in lingua italiana: un vero peccato perché i testi (che ho ascoltato successivamente dal loro cd omonimo, pubblicato nel 2008) sono un elemento peculiare della loro produzione, sempre in equilibrio tra l’intellettuale e l’ironico.

Qualità audio a parte lo spettacolo è stato piacevole, nonostante non possa definire il genere musicale tra i miei preferiti; in particolare mi ha affascinato una lunga suite strumentale pseudo-psichedelica (tra i Pink Floyd e gli Ozric Tentacles, con le dovute proporzioni) interpretata a metà concerto, che si discostava sostanzialmente dal loro stile: uno stile che risulta molto immediato (e quindi pop) per la scelta di linee melodiche semplici, di facile ascolto, ma si dimostra anche raffinato, sia per l’utilizzo dell’organo Farfisa con il suo sound vintage, sia per la particolarissima voce infantilmente maliziosa di Alessandra Contini. Pop sì, ma di qualità.

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SpringsteenRadio.com

22 marzo 2009

Bruce SpringsteenPer tutti gli amanti del Boss che non ne siano a conoscenza, segnalo una vera chicca in rete: springsteenradio.com è una radio diffusa via internet che trasmette 7 giorni su 7, 24 ore su 24 esclusivamente musica di Bruce Springsteen, attingendo sia alla sua produzione ufficiale che alla miriade di bootleg che sono parte integrante della sua quarantennale carriera (Bruce Springsteen è tra i primi per numero di bootleg, insieme a Elvis Presley, Bob Dylan, i Beatles, i Led Zeppelin e i Rolling Stones).

Tra l’altro il progetto non è proprio “in fasce”, avendo festeggiato pochi giorni fa, il 19 marzo 2009, un anno di vita, dimostrando una continuità che fa ben sperare.

L’ascolto è disponibile in varie modalità, sfruttando i programmi audio installati sul computer in uso (winamp, quicktime, itunes, xmms, windows media player) oppure tramite un pratico (e consigliato) programma java con un’interfaccia molto simile a winamp, eseguito direttamente dal browser.
La qualità di 56kbs permette una resa accettabile e, nella mia esperienza personale, ho raramente rilevato problemi di connessione o “salti” dovuti ad un flusso dati non stabile.

La semplice registrazione sul sito (sono richiesti solo nome utente, email e password) permette di scrivere sulla chat presente in home page; fino allo scorso 6 marzo era possibile anche effettuare richieste scegliendo tra gli album disponibili che vengono spesso “ruotati”; attualmente per poter usufruire di questa funzione è necessario essere abbonati (50$ per un anno).

Per stuzzicare l’appetito allego un video live di “It’s hard To Be A Saint In The City”, registrato all’Hammersmith Odeon, 1975, di cui consiglio visione e ascolto completo, per apprezzare il duello chitarristico finale tra Bruce Springsteen e Steve Van Zandt (aka Little Steven) e l’incredibile coesione musicale della E Street Band.

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Pentangle – Basket Of Light

2 marzo 2009

Basket Of LightHo ascoltato i Pentangle la prima volta nel lontano 1990, avevo 19 anni e, partendo da Simon & Garfunkel, Bob Dylan. Joan Baez e il Bruce Springsteen di Nebraska cominciavo ad esplorare il folk e il rock acustico. “Basket Of Light” del 1969 è il terzo album della formazione inglese che nel suo primo periodo di attività (1967-1973) era formata da Jacqui McShee, voce; John Renbourn, chitarra; Bert Jansch, chitarra; Danny Thompson, basso; Terry Cox, batteria. L’album, il loro più grande successo commerciale, raggiunse la quinta posizione nella classifica del Regno Unito.

Il disco inizia con “Light Flight”, meravigliosa composizione complessa con cambi di tempo dai 5/8 ai 7/8 ai 6/4, di chiaro influsso jazz sia negli arrangiamenti che nelle due linee vocali di Jacqui McShee a volte sovrapposte: una gran voce, sempre in controllo nonostante le ardite peripezie. Segue “Once I had a Sweetheart”, un traditional rivisitato in chiave indiana, con tanto di assolo di sitar di John Renbourn. A tale proposito va ricordato che i Pentangle, proprio per la loro capacità di mischiare generi tanto diversi come il folk, il blues, il jazz, il rock e la musica indiana, possono essere considerati esponenti di un folk psichedelico inglese, che li avvicina, almeno nelle intenzioni di commistione e sperimentazione, ai Grateful Dead.

La terza traccia è “Springtime Promise” una ballata folk in puro stile inglese, in cui si sente per la prima volta l’ottima voce maschile dei Pentangle, Bert Jarsch. Un altro traditional “Lyke Wake Dirge”, qui arrangiato per tre parti vocali, cosa che conferisce un vago stampo gregoriano.

Il brano che chiude il lato, “Train Song” è il mio favorito, con introduzione e influenze blues, ritmo incalzante (evocativo del treno) e fantastici vocalizzi femminili che fanno da tappeto alla voce di Jarsch; il passaggio acustico rallentato centrale propone una voce che è sogno; il suo ritorno al tema principale è geniale. Semplicemente fantastica (da apprezzare sotto in una versione live dal BBC special, anno 1970). Come curiosità ricordo che il titolo del disco è tratto da una frase del suo testo:

Love is a basket of light; grasp it so tight.
L’amore è un cesto di luce; tienitelo stretto.

Il lato B si apre con “Hunting Song”, folk medievale con Terry Cox al glockenspiel, atmosfera sognante e tema fantasy. “Sally Go Round the Roses” è una cover di un classico del 1963 dei The Jaynetts, che nella versione originale (qui rivista in chiave folk-blues) raggiunse la seconda posizione nella classifica pop Billboard. Con “The Cuckoo” si ritorna al traditional, caratterizzato qui da un arrangiamento classico, che da risalto, una volta di più, alle capacità vocali di Jacqui McShee. Il disco si chiude con “House Carpenter”, traditional registrato con un’ardita accoppiata banjo sitar.

Tracklist: 1. Light Flight - 2. Once I had a sweetheart – 3. Springtime Promises – 4. Lyke Wake Dirge – 5. Train Song – 6. Hunting Song – 7. Sally Go Round the Roses – 8. The Cuckoo – 9. House Carpenter

In conclusione veramente un grande disco, un must per gli amanti del genere, ma assolutamente non di nicchia: può essere facilmente apprezzato anche dall’ascoltatore casuale o non abituato al folk tradizionale inglese. Regalatelo.

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Tina Turner a Dica 33

24 febbraio 2009

Tina Turner - Acid QueenNell’ultima puntata di Dica 33 (la trasmissione di Radio Fragola, che ogni sabato sera dalle 21 alle 22.30 presenta un 33 giri nella sua interezza) lo Zio Gianni ha proposto il secondo album da solista di Tina Turner “Acid Queen” del 1975. L’album è l’ultimo in cui Tina collabora con l’oramai quasi ex-marito Ike, che ne è il produttore.

Il disco può essere diviso in due parti, corrispondenti ai due lati del vinile: il primo lato propone cinque cover (Rolling Stones, Who e Led Zeppelin) arrangiate e interpretate in chiave soul-rythm’n'blues, ai limiti dello stravolgimento, in particolare la versione di “I Can See For Miles” degli Who, quasi irriconoscibile; è in questo lato la canzone che da il titolo all’abum, tratta dall’opera rock degli Who “Tommy” in cui appunto Tina Turner interpreta magistralmente la “Acid Queen”; assolutamente da non dimenticare anche la versione di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, in cui Tina Turner esprime tutta la sua carica di erotismo, con finale-reprise a sorpresa.

Il secondo lato consiste di quattro pezzi originali, tra cui spicca l’hit “Baby Get It On” in cui per l’ultima volta Ike Turner duetta con la moglie e il miglior brano del disco a mio parere, “Bootsey Whitelaw”, un trascinante blues sinfonico (definizione di papà Loki che condivido completamente) sostenuto da una fantastica linea di basso e rifinito dalla splendida voce di Tina Turner.

Tracklist: 1. Under My Thumb – 2. Let’s Spend the Night Together – 3. Acid Queen – 4. I Can See for Miles – 5. Whole Lotta Love – 6. Baby Get It On – 7. Bootsy Whitelaw – 8. Pick Me Tonight – 9. Rockin’ and Rollin’

Per contestualizzare ho proposto un pezzo di cui ho già parlato in queste pagine, “Diamonds & Rust” di Joan Baez. Per esplicare quale fosse il punto di contatto con il disco di Tina Turner ho introdotto io il brano: anzitutto il disco è coetaneo, essendo uscito anch’esso nel 1975 e propone un’altra donna che, come Tina, è in un momento di svolta della sua carriera: nel caso di Joan Baez si tratta di staccarsi dal cliché della contestatrice rivoluzionaria.

La cosa che più di ogni altra mi ha fatto propendere per questa scelta, atipica dal punto di vista puramente musicale (dal soul-blues black al folk white il passo è ardito) è che “Diamonds And Rust” parla di un amore tormentato oramai finito (Bob Dylan?); allo stesso modo sta finendo il tormentatissimo sodalizio personale e professionale fra Ike e Tina. Non a caso un’altra contestualizzazione, dello stesso Zio Gianni, ha proposto Sonny & Cher, indice del fatto che, come si discuteva nel corso della trasmissione, il nostro immaginario è stato colpito dal rapporto di coppia che fonde arte e sentimento (avevo pensato di contestualizzare con Al Bano e Romina, peccato che ho solo un nastro, “Aria Pura” e chissà dove…).

Non dimentico che, riallacciandosi anche alle origini di Tina Turner, nata a Nutbush, Tennessee, è intervenuto alla trasmissione l’amico Gian Pierre che ci ha raccontato, in estrema sintesi purtroppo, del suo recentissimo viaggio negli States, proprio in Tennessee per partecipare, insieme ai Tillamook di cui è il bassista, all’International Blues Challenge di Memphis (in rappresentanza dell’Italia).

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Los Straitjackets, Trieste 15 febbraio 2009

19 febbraio 2009

s_losstraitjacketsNon pago del concerto di Battiato di due giorni prima, non mi sono fatto mancare una presenza all’evento surf consumatosi all’Etnoblog di Trieste, domenica 15 febbraio 2009: i Los Straitjackets, stelle del revival del surf della metà degli anni ‘90 post “Pulp Fiction”.

Qualche anno fa ho passato un semestre di full-immersion nella musica surf, cercando di ascoltare tutto il possibile, anche le cose più improbabili e sconosciute. Dei Los Straitjackets ho ascoltato più e più volte, con grande piacere, due album, “Supersonic Guitars in 3D” (2003) e “The Velvet Touch of Los Straitjackets” (1999), considerato il loro lavoro migliore.

La performance dei quattro di Nashville, Tennessee (che si esibiscono rigorosamente con delle maschere multicolori modello lottatore di Wrestling messicano) è stata eccezionale. Dal palco si sprigionava grande energia, sia per la musica (virtuosismi chitarristici e un grande batterista), che per lo show cosparso di coreografie di gruppo altamente coinvolgenti; lo devo ammettere, mi sono divertito come un ragazzino.

Interessante anche l’idea di proiettare sul muro opposto al palco scene di film sexploitation anni ‘60 che conferivano  quel tocco underground di grande atmosfera.

Per chi vuole saperne di più consiglio il loro sito ufficiale e appendo qua sotto un video tratto dal loro ultimo dvd che rende discretamente l’idea del loro show live.

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U2 – Get On Your Boots

7 febbraio 2009

In attesa dell’uscita del nuovo album degli U2, No Line On The Horizon, prevista per il 2 marzo 2009 in Italia, Bono & C. ci regalano il video del primo singolo tratto dalla loro ultima fatica, Get On Your Boots (prodotto da Brian Eno, Danny Lanois and Steve Lillywhite).

Il singolo, in rete già da qualche giorno, ad un primo ascolto non mi ha convinto granché; la reazione iniziale è stata: “ah, ancora troppo pop…”. Per l’ennesima volta veniva tradita la speranza di ritorno alle radici intrise di rock sanguigno degli U2 di Sunday Bloody Sunday o New Year’s Day, fino a The Joshua Tree.

Dopo qualche ascolto ho apprezzato alcune trovate tecniche e ho un po’ rivalutato la canzone: il basso pulsante di Adam Clayton nella strofa è certamente la nota più interessante, con una menzione anche per il riff classicamente “hard rock” di The Edge. Non è mutata invece la mia opinione sulla voce di Bono: il suo cantato nella strofa ricorda troppo da vicino un Prince d’annata (complici percussioni e arrangiamento) e in altri frangenti è troppo morbido, manca di naturalezza; sono curioso di sentirne una versione live dove probabilmente Bono troverà spazio per un’interpretazione più spontanea.

Il testo (con traduzione qui) è una sorta di invito a rimboccarsi le maniche per lavorare ad un futuro migliore:

Il futuro ha bisogno di un grosso bacio
[...]
ecco cosa dovresti essere
amore e comunità
[...]
Se a qualcuno piacciono le esplosioni
A noi piace crescere

U2 – Get On Your Boots

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Joan Baez, Diamonds & Rust

3 febbraio 2009

Oggi ci sono arrivati un bel po’ di cd. Tra questi sto ora ascoltando Diamonds & Rust di Joan Baez pubblicato nel 1975, suo diciottesimo album (!). Il disco è piacevolissimo, adatto a diverse modalità d’ascolto, con una Joan Baez matura e in gran forma, non più solamente giovane contestatrice (all’uscita la Baez ha 34 anni).

Nell’album è presente una nutrita serie di interpretazioni di canzoni scritte da altri autori (Jackson Browne, Stevie Wonder, Bob Dylan e altri) ma è proprio nelle sue composizioni che Joan Baez da il meglio di sé; in particolare la struggente “title track”, “Diamonds & Rust”, va sicuramente annoverata tra i suoi migliori pezzi e forse tra i migliori pezzi folk-rock in assoluto, da brividi l’arpeggio iniziale e da brividi l’interpretazione vocale. (vedi video allegato da youtube in una performance live acustica, proprio nell’anno dell’uscita del disco).

Nel cupo testo una donna, in prima persona, ricorda il suo amore perduto, questo l’inizio:

Be’ sarò dannata,
ecco di nuovo il tuo fantasma
ma non è così strano,
è solo che c’è la luna piena

Da più parti si sostiene che la canzone si riferisca direttamente alla sua relazione con Bob Dylan, ormai finita da parecchi anni. Testo completo con traduzione a fronte.

Il disco comunque non è solo Diamonds & Rust e non è solo Joan Baez: si presenta come un ottimo prodotto, suonato con una certa libertà espressiva da ottimi musicisti, tra cui spicca il batterista Jim Gordon “sessionman” apprezzatissimo tra gli anni ‘60 e ‘70 (tra gli altri ha suonato con Eric Clapton, Beach Boys, Byrds, Steely Dan, Traffic, Joe Cocker, Crosby, Stills, Nash & Young, Alice Cooper, John Lennon… basta?).

Da non dimenticare anche “Dida” in cui trovano spazio vocalizzi “folk-jazz-soul” tra Joan Baez e Joni Mitchell (courtesy Asylum Records).

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