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Bruce Springsteen, Udine 23 luglio 2009

26 luglio 2009

Bruce Springsteen ConcertSono passati 20 anni dall’ultimo concerto (Torino, 1989) che ho visto di Bruce Springsteen, ma non per lui, che rimane un grandissimo. A differenza di 20 anni fa ho deciso di guadagnare il prato con lieve anticipo, senza l’estenuante maratona dal mattino per raggiungere una posizione privilegiata sotto al palco… per me gli anni sono passati; in ogni caso non ero assolutamente lontano ed ho potuto godere di un’ottima visuale e di un buon audio, sempre curatissimo negli spettacoli del Boss, senza i volumi eccessivi di tanti live, quasi a compensare la mancanza di energia di chi sta sul palco.

Ho assistito, insieme ad altri 40mila fortunati, a uno spettacolo eccezionale, 3 ore senza pause: non solo la canonica pausa fra i 2 atti classici dei concerti (che anche giovanissimi gruppi emergenti infilano per riposarsi durante uno show di 1 ora e mezza) ma quasi nessuna pausa fra un pezzo e l’altro: un continuum di emozioni ed energia che stanca il pubblico alla fine esausto, ma non la fantastica E-Street Band né tantomeno lui, il Boss, che a quasi 60 anni fa impallidire per la forma e la tenuta fisica e per quanto riesca a “dare” con una generosità che non ha eguali nel panorama musicale.

A conferma dell’unicità dell’evento sfido chiunque a trovare un altro artista che cambi scaletta ad ogni tappa del tour promozionale di un disco appena uscito e che suoni (su 25 pezzi) solamente 2 canzoni dal nuovo lavoro: un mito.

La scaletta: Intro Trio Fisarmonica – Sherry Darling – Badlands – Hungry Heart – Outlaw Pete – Darlington County – Something in the Night – Working on a Dream – Murder Incorporated – Johnny 99 – No Surrender – Raise Your Hand (instrumental) – Summertime Blues – Be True – Streets of Fire – My Love Will Not Let You Down – Waitin’ on a Sunny Day – The Promised Land – American Skin (41 Shots) – Lonesome Day – The Rising – Born to Run – Born in the U.S.A. – American Land – Bobby Jean – Dancing in the Dark – Twist and Shout

Ad un fan di vecchia data come me un po’ dispiace non aver sentito nessun pezzo dai primi due album, ma come sempre Bruce dal vivo riesce a trasformare anche i pezzi che meno mi entusiasmano nelle registrazioni in studio in autentici capolavori (ad esempio Lonesome Day o Dancing in the Dark).

I momenti che più mi hanno emozionato: la splendida saga western Outlaw Pete (che propongo sotto, proprio dal concerto di Udine e tra l’altro ripresa circa dalla mia posizione sul prato); American Skin (41 shots), il pezzo scritto dal Boss per ricordare Ahmed Amadou Diallo, 22 anni, ucciso con 41 colpi di pistola da 4 poliziotti del Bronx (per una storia della canzone vi rimando a questo indirizzo); Something In The Night, uno dei rari momenti intimi di un concerto che e’ stato soprattutto puro energico rock’n'roll, lasciando poco spazio allo Springsteen romantico ed intenso di tante ballate.

Il giorno dopo il concerto ricevo un sms di un mio amico (presente anche lui al concerto) che recita così: “Come al solito. Grande depressione dopo il concerto. Dove troverà mai l’umanità un altro pari gigante del rock’n'roll?”. Non potrei essere più d’accordo.

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SpringsteenRadio.com

22 marzo 2009

Bruce SpringsteenPer tutti gli amanti del Boss che non ne siano a conoscenza, segnalo una vera chicca in rete: springsteenradio.com è una radio diffusa via internet che trasmette 7 giorni su 7, 24 ore su 24 esclusivamente musica di Bruce Springsteen, attingendo sia alla sua produzione ufficiale che alla miriade di bootleg che sono parte integrante della sua quarantennale carriera (Bruce Springsteen è tra i primi per numero di bootleg, insieme a Elvis Presley, Bob Dylan, i Beatles, i Led Zeppelin e i Rolling Stones).

Tra l’altro il progetto non è proprio “in fasce”, avendo festeggiato pochi giorni fa, il 19 marzo 2009, un anno di vita, dimostrando una continuità che fa ben sperare.

L’ascolto è disponibile in varie modalità, sfruttando i programmi audio installati sul computer in uso (winamp, quicktime, itunes, xmms, windows media player) oppure tramite un pratico (e consigliato) programma java con un’interfaccia molto simile a winamp, eseguito direttamente dal browser.
La qualità di 56kbs permette una resa accettabile e, nella mia esperienza personale, ho raramente rilevato problemi di connessione o “salti” dovuti ad un flusso dati non stabile.

La semplice registrazione sul sito (sono richiesti solo nome utente, email e password) permette di scrivere sulla chat presente in home page; fino allo scorso 6 marzo era possibile anche effettuare richieste scegliendo tra gli album disponibili che vengono spesso “ruotati”; attualmente per poter usufruire di questa funzione è necessario essere abbonati (50$ per un anno).

Per stuzzicare l’appetito allego un video live di “It’s hard To Be A Saint In The City”, registrato all’Hammersmith Odeon, 1975, di cui consiglio visione e ascolto completo, per apprezzare il duello chitarristico finale tra Bruce Springsteen e Steve Van Zandt (aka Little Steven) e l’incredibile coesione musicale della E Street Band.

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Pentangle – Basket Of Light

2 marzo 2009

Basket Of LightHo ascoltato i Pentangle la prima volta nel lontano 1990, avevo 19 anni e, partendo da Simon & Garfunkel, Bob Dylan. Joan Baez e il Bruce Springsteen di Nebraska cominciavo ad esplorare il folk e il rock acustico. “Basket Of Light” del 1969 è il terzo album della formazione inglese che nel suo primo periodo di attività (1967-1973) era formata da Jacqui McShee, voce; John Renbourn, chitarra; Bert Jansch, chitarra; Danny Thompson, basso; Terry Cox, batteria. L’album, il loro più grande successo commerciale, raggiunse la quinta posizione nella classifica del Regno Unito.

Il disco inizia con “Light Flight”, meravigliosa composizione complessa con cambi di tempo dai 5/8 ai 7/8 ai 6/4, di chiaro influsso jazz sia negli arrangiamenti che nelle due linee vocali di Jacqui McShee a volte sovrapposte: una gran voce, sempre in controllo nonostante le ardite peripezie. Segue “Once I had a Sweetheart”, un traditional rivisitato in chiave indiana, con tanto di assolo di sitar di John Renbourn. A tale proposito va ricordato che i Pentangle, proprio per la loro capacità di mischiare generi tanto diversi come il folk, il blues, il jazz, il rock e la musica indiana, possono essere considerati esponenti di un folk psichedelico inglese, che li avvicina, almeno nelle intenzioni di commistione e sperimentazione, ai Grateful Dead.

La terza traccia è “Springtime Promise” una ballata folk in puro stile inglese, in cui si sente per la prima volta l’ottima voce maschile dei Pentangle, Bert Jarsch. Un altro traditional “Lyke Wake Dirge”, qui arrangiato per tre parti vocali, cosa che conferisce un vago stampo gregoriano.

Il brano che chiude il lato, “Train Song” è il mio favorito, con introduzione e influenze blues, ritmo incalzante (evocativo del treno) e fantastici vocalizzi femminili che fanno da tappeto alla voce di Jarsch; il passaggio acustico rallentato centrale propone una voce che è sogno; il suo ritorno al tema principale è geniale. Semplicemente fantastica (da apprezzare sotto in una versione live dal BBC special, anno 1970). Come curiosità ricordo che il titolo del disco è tratto da una frase del suo testo:

Love is a basket of light; grasp it so tight.
L’amore è un cesto di luce; tienitelo stretto.

Il lato B si apre con “Hunting Song”, folk medievale con Terry Cox al glockenspiel, atmosfera sognante e tema fantasy. “Sally Go Round the Roses” è una cover di un classico del 1963 dei The Jaynetts, che nella versione originale (qui rivista in chiave folk-blues) raggiunse la seconda posizione nella classifica pop Billboard. Con “The Cuckoo” si ritorna al traditional, caratterizzato qui da un arrangiamento classico, che da risalto, una volta di più, alle capacità vocali di Jacqui McShee. Il disco si chiude con “House Carpenter”, traditional registrato con un’ardita accoppiata banjo sitar.

Tracklist: 1. Light Flight - 2. Once I had a sweetheart – 3. Springtime Promises – 4. Lyke Wake Dirge – 5. Train Song – 6. Hunting Song – 7. Sally Go Round the Roses – 8. The Cuckoo – 9. House Carpenter

In conclusione veramente un grande disco, un must per gli amanti del genere, ma assolutamente non di nicchia: può essere facilmente apprezzato anche dall’ascoltatore casuale o non abituato al folk tradizionale inglese. Regalatelo.

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Bruce Springsteen al Superbowl… senza video!

2 febbraio 2009

Un’esibizione fantastica del Boss e della E-Street band ha caratterizzato l’intervallo del Super Bowl XLIII (per la cronaca vinto dai Pittsburgh Steelers sugli Arizona Cardinals 27 a 23).

Springsteen ha proposto nei 12 minuti a disposizione un medley di tutto rispetto, mantenendo la promessa di ricreare l’atmosfera di un finale di concerto, per un ipotetico fan che, imbottigliato nel traffico, fosse arrivato ad un suo spettacolo a soli 12 minuti dal termine.

Medley: 1. Tenth Avenue freeze-out – 2. Born To Run – 3. Working on a Dream – 4. Glory Days

Per chi si fosse perso la performance notturna ho incluso i due video caricati a tempo di record su youtube da “ForYouBrucefromEddie”; purtroppo la qualità non è delle migliori, ma l’energia incontenibile di Springsteen viene trasmessa ugualmente.

I video in questione sono stati tolti, tento di rimpiazzarli con un altro.

Tolto anche questo, deluso, mi arrendo… niente video.

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Springsteen a Tampa per il Superbowl 2009

31 gennaio 2009
Bruce Springsteen alla conferenza di presentazione

Bruce Springsteen alla conferenza di presentazione (Reuters)

Domenica notte c’è un appuntamento imperdibile per gli appassionati di eventi sportivi e di Football americano: il Superbowl, ovvero la finale in partita secca del campionato NFL, uno degli eventi più seguiti al mondo, con oltre 90 milioni di telespettatori. E come accade spesso si tratta di un appuntamento imperdibile anche per gli appassionati di musica. Quest’anno infatti, nel tradizionale intermezzo musicale fra il primo e il secondo tempo, si esibirà nientemeno che Bruce Springsteen, fresco di uscita il suo nuovo album “Working for a Dream” a mio avviso il migliore del Boss da 20 anni a questa parte.

Nella conferenza stampa di presentazione di ieri (la prima da 21 anni a questa parte) si è saputo che Springsteen avrà 12 minuti a disposizione (un po’ pochini a dire il vero) in cui ha promesso “una festa ad alta energia di 12 minuti. Come quando uno arriva in ritardo perche’ non riesce a trovare la strada: alla fine sei allo stadio quando il concerto e’ iniziato da 2 ore e 28 minuti e questo e’ cio’ che vedrai : gli ultimi 12 minuti”. Nessuna anticipazione sulla scaletta “Io sono il Boss. E il Boss decide cosa si suona”.

Quindi tutti in ascolto, circa alle 2 del mattino di lunedì, io ci sarò. Nell’attesa consiglio un’occhiata allo speciale dedicato dall’NFL allo show

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Life itself

26 gennaio 2009

“Life Itself” mi sembra la vera perla del nuovo album di Bruce Springsteen, “Workin on a Dream”.

Il pezzo non è classicamente “Springsteeniano”, sia nelle sequenze armoniche che nell’arrangiamento e forse per questo più interessante. Garry W. Tallent fa un lavoro eccezionale nella strofa regalando un basso che è tensione allo stato puro; Bruce canta con la passione e il naturale trasporto dei giorni migliori; il tappeto sonoro è compatto e variegato allo stesso tempo, regalando sorprese anche dopo svariati ascolti. Nel bridge strumentale a metà pezzo sentiamo perfino una chitarra “senza attacco” con sonorità che ricordano Robert Fripp, sarei curioso di sapere chi suona questa parte, io punto su Nils Lofgren; i cori urlati in controtempo appena percettibili nella strofa successiva sono una trovata geniale.

Il testo è poesia pura, consiglio vivamente di leggerlo, c’è una discreta traduzione qui.

Sulla traduzione del titolo puntualizzerei che “la vita in sé” oppure “proprio la vita” sono versioni migliori di “la vita stessa”.

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ZZ Top a Dica 33

25 gennaio 2009

Tres HombresA Dica 33 (la trasmissione di Radio Fragola, che ogni sabato sera dalle 21 alle 22.30 presenta un 33 giri nella sua interezza) sabato scorso Papà Loki ci ha deliziato con “Tres Hombres” del 1973, terzo album dei texani ZZ Top. Nella conduzione è stato coadiuvato da Zio Gianni, il Giovane Zanna come preannunciato assente per motivi di lavoro milanesi.

Quello che colpisce dopo l’ascolto di questo disco è l’altissimo livello medio dei brani: a parte, forse, “Move Me on down the Line”, un po’ troppo “pop” per i miei gusti personali, il resto dell’album si attesta su un livello veramente molto alto, da cui è difficile scegliere solo alcuni pezzi da evidenziare.

Cito per dovere storico “La Grange” in quanto resterà sempre un cavallo di battaglia nelle esibizioni live del trio di Houston, ma sottolineo ancora una volta che il disco è assolutamente da ascoltare nella sua interezza, per apprezzarne la grande energia, coadiuvata ma non soffocata da una invidiabile sapienza tecnica, in equilibrio tra blues, hard e southern rock. “Precious And Grace” è forse il mio pezzo preferito, per la marcata sonorità hard e per la lunga variazione quasi progressive; allego video da un live del 1980.

Tracklist: 1. Waitin’ for the Bus – 2. Jesus Just Left Chicago – 3. Beer Drinkers & Hell Raisers – 4. Master of Sparks – 5. Hot, Blue and Righteous – 6. Move Me on down the Line  – 7. Precious and Grace – 8. La Grange – 9. Shiek – 10. Have You Heard?

Notabili contestualizzazioni: “Clear” degli Spirit, il caldo blues “Stormy Monday” rivisitato dagli Allman Brothers, il sound southern dei Molly Hatchet con “The Creeper”, il puro stile texano di Steve Ray Voughan con “Texas Flood” (fantastica!) e il blues britannico dei “Ten Years After” con “Love Like A Man”.

Alla trasmissione è intervenuto Michele che ha proposto un vinile dei Georgia Satellites, gruppo Southern Rock di Atlanta, Georgia. Dal disco omonimo del 1986, abbiamo ascoltato la hit “Keep Your Hands To Yourself” che, come singolo, raggiunse quell’anno il secondo posto nella classifica statunitense, superata solo da “Livin’ On A Prayer” di Bon Jovi.

Ho proposto ai conduttori anche una novità fresca di giornata, essendo uscito proprio sabato l’ultimo album di Bruce Springsteen, “Working For A Dream”: abbiamo ascoltato la prima traccia del disco, “Outlaw Pete”, epopea western di 8 minuti con incedere d’archi e molte variazioni, alcune inaspettate (l’unica che ero riuscito a sentire nel tragitto in automobile dal negozio di dischi allo studio di Radio Fragola).

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