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Sting – Bring On The Night

2 aprile 2009

bringonthenightUn film prima di un disco. Un documento, datato 1985 e firmato da Michael Apted, dell’esperimento di Sting che segna il suo definitivo distacco dai Police, dopo 5 album alle spalle e un successo incredibile tra 1978 e il 1983, dalla patria Inghilterra fino alle sponde statunitensi d’oltreoceano, passando per l’Europa continentale.

Una scommessa per segnare una cesura netta con il pop-reggae bianco della band londinese, il film racconta della nascita del progetto, delle sessioni di registrazione delle tracce di “The Dream of The Blue Turtle” (1984) primo album solista di Sting e della successiva serie di concerti di cui è testimonianza musicale l’omonimo album live “Bring On The Night” (1986).

La scelta di ambientare in Francia questa esperienza è spiegata da Sting stesso nella conferenza stampa di presentazione: la Francia come “territorio che mantiene una sua neutralità”; tutti musicisti black (più Sting) contro il razzismo dell’industria discografica, in una splendida villa francese adattata a studio di registrazione.

Un film musicale atipico, tra conferenze stampa, prove, registrazioni, conversazioni, interviste ai singoli membri della band, sopralluoghi nei teatri finanche il parto della compagna di Sting.

Risulta molto coinvolgente osservare come nascono le canzoni, come la musica si sviluppa e prende forma in un ambiente esclusivamente popolato da musicisti che prima di ogni altra cosa si divertono; un gruppo di musicisti d’eccezione, molti dei quali di estrazione jazzistica, che rendono unica ogni nota prodotta.

Credits:  Sting – voce, chitarra -  Omar Hakim – batteria, Darryl Jones – basso, Kenny Kirkland – tastiere, Branford Marsalis – sax, Dollette McDonald e Janice Pendarvis – cori.

A conferma del grande valore, consigliandone caldamente la visione, ricordo che il film ha vinto il Grammy Award nel 1987 come migliore lungometraggio musicale.

Per dare un’idea del tenore del film propongo la visione di “We Work The Black Seam Together” da YouTube (purtroppo non incorporabile qui, seguite il link).

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SpringsteenRadio.com

22 marzo 2009

Bruce SpringsteenPer tutti gli amanti del Boss che non ne siano a conoscenza, segnalo una vera chicca in rete: springsteenradio.com è una radio diffusa via internet che trasmette 7 giorni su 7, 24 ore su 24 esclusivamente musica di Bruce Springsteen, attingendo sia alla sua produzione ufficiale che alla miriade di bootleg che sono parte integrante della sua quarantennale carriera (Bruce Springsteen è tra i primi per numero di bootleg, insieme a Elvis Presley, Bob Dylan, i Beatles, i Led Zeppelin e i Rolling Stones).

Tra l’altro il progetto non è proprio “in fasce”, avendo festeggiato pochi giorni fa, il 19 marzo 2009, un anno di vita, dimostrando una continuità che fa ben sperare.

L’ascolto è disponibile in varie modalità, sfruttando i programmi audio installati sul computer in uso (winamp, quicktime, itunes, xmms, windows media player) oppure tramite un pratico (e consigliato) programma java con un’interfaccia molto simile a winamp, eseguito direttamente dal browser.
La qualità di 56kbs permette una resa accettabile e, nella mia esperienza personale, ho raramente rilevato problemi di connessione o “salti” dovuti ad un flusso dati non stabile.

La semplice registrazione sul sito (sono richiesti solo nome utente, email e password) permette di scrivere sulla chat presente in home page; fino allo scorso 6 marzo era possibile anche effettuare richieste scegliendo tra gli album disponibili che vengono spesso “ruotati”; attualmente per poter usufruire di questa funzione è necessario essere abbonati (50$ per un anno).

Per stuzzicare l’appetito allego un video live di “It’s hard To Be A Saint In The City”, registrato all’Hammersmith Odeon, 1975, di cui consiglio visione e ascolto completo, per apprezzare il duello chitarristico finale tra Bruce Springsteen e Steve Van Zandt (aka Little Steven) e l’incredibile coesione musicale della E Street Band.

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8 marzo in musica?

8 marzo 2009

Una playlist per l’8 marzo? Lato A intimista e Lato B gioioso

Woman’s Day Playlist

1. Shivaree – Goodnight Moon
2. Laurie Anderson – Strange Angels
3. Kim Carnes – Bette Davis Eyes
4. Joni Mitchell – You Turn Me On I’m A Radio
5. Carla Bruni – L’Excessive
6. Tina Turner – Whole Lotta Love
7. Norma Jean – Saturday
8. LaBelle – Lady Marmalade
9. Madonna – Deeper And Deeper
10. Donna Summer – Love To Love You Baby

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Pentangle – Basket Of Light

2 marzo 2009

Basket Of LightHo ascoltato i Pentangle la prima volta nel lontano 1990, avevo 19 anni e, partendo da Simon & Garfunkel, Bob Dylan. Joan Baez e il Bruce Springsteen di Nebraska cominciavo ad esplorare il folk e il rock acustico. “Basket Of Light” del 1969 è il terzo album della formazione inglese che nel suo primo periodo di attività (1967-1973) era formata da Jacqui McShee, voce; John Renbourn, chitarra; Bert Jansch, chitarra; Danny Thompson, basso; Terry Cox, batteria. L’album, il loro più grande successo commerciale, raggiunse la quinta posizione nella classifica del Regno Unito.

Il disco inizia con “Light Flight”, meravigliosa composizione complessa con cambi di tempo dai 5/8 ai 7/8 ai 6/4, di chiaro influsso jazz sia negli arrangiamenti che nelle due linee vocali di Jacqui McShee a volte sovrapposte: una gran voce, sempre in controllo nonostante le ardite peripezie. Segue “Once I had a Sweetheart”, un traditional rivisitato in chiave indiana, con tanto di assolo di sitar di John Renbourn. A tale proposito va ricordato che i Pentangle, proprio per la loro capacità di mischiare generi tanto diversi come il folk, il blues, il jazz, il rock e la musica indiana, possono essere considerati esponenti di un folk psichedelico inglese, che li avvicina, almeno nelle intenzioni di commistione e sperimentazione, ai Grateful Dead.

La terza traccia è “Springtime Promise” una ballata folk in puro stile inglese, in cui si sente per la prima volta l’ottima voce maschile dei Pentangle, Bert Jarsch. Un altro traditional “Lyke Wake Dirge”, qui arrangiato per tre parti vocali, cosa che conferisce un vago stampo gregoriano.

Il brano che chiude il lato, “Train Song” è il mio favorito, con introduzione e influenze blues, ritmo incalzante (evocativo del treno) e fantastici vocalizzi femminili che fanno da tappeto alla voce di Jarsch; il passaggio acustico rallentato centrale propone una voce che è sogno; il suo ritorno al tema principale è geniale. Semplicemente fantastica (da apprezzare sotto in una versione live dal BBC special, anno 1970). Come curiosità ricordo che il titolo del disco è tratto da una frase del suo testo:

Love is a basket of light; grasp it so tight.
L’amore è un cesto di luce; tienitelo stretto.

Il lato B si apre con “Hunting Song”, folk medievale con Terry Cox al glockenspiel, atmosfera sognante e tema fantasy. “Sally Go Round the Roses” è una cover di un classico del 1963 dei The Jaynetts, che nella versione originale (qui rivista in chiave folk-blues) raggiunse la seconda posizione nella classifica pop Billboard. Con “The Cuckoo” si ritorna al traditional, caratterizzato qui da un arrangiamento classico, che da risalto, una volta di più, alle capacità vocali di Jacqui McShee. Il disco si chiude con “House Carpenter”, traditional registrato con un’ardita accoppiata banjo sitar.

Tracklist: 1. Light Flight - 2. Once I had a sweetheart – 3. Springtime Promises – 4. Lyke Wake Dirge – 5. Train Song – 6. Hunting Song – 7. Sally Go Round the Roses – 8. The Cuckoo – 9. House Carpenter

In conclusione veramente un grande disco, un must per gli amanti del genere, ma assolutamente non di nicchia: può essere facilmente apprezzato anche dall’ascoltatore casuale o non abituato al folk tradizionale inglese. Regalatelo.

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Tina Turner a Dica 33

24 febbraio 2009

Tina Turner - Acid QueenNell’ultima puntata di Dica 33 (la trasmissione di Radio Fragola, che ogni sabato sera dalle 21 alle 22.30 presenta un 33 giri nella sua interezza) lo Zio Gianni ha proposto il secondo album da solista di Tina Turner “Acid Queen” del 1975. L’album è l’ultimo in cui Tina collabora con l’oramai quasi ex-marito Ike, che ne è il produttore.

Il disco può essere diviso in due parti, corrispondenti ai due lati del vinile: il primo lato propone cinque cover (Rolling Stones, Who e Led Zeppelin) arrangiate e interpretate in chiave soul-rythm’n'blues, ai limiti dello stravolgimento, in particolare la versione di “I Can See For Miles” degli Who, quasi irriconoscibile; è in questo lato la canzone che da il titolo all’abum, tratta dall’opera rock degli Who “Tommy” in cui appunto Tina Turner interpreta magistralmente la “Acid Queen”; assolutamente da non dimenticare anche la versione di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, in cui Tina Turner esprime tutta la sua carica di erotismo, con finale-reprise a sorpresa.

Il secondo lato consiste di quattro pezzi originali, tra cui spicca l’hit “Baby Get It On” in cui per l’ultima volta Ike Turner duetta con la moglie e il miglior brano del disco a mio parere, “Bootsey Whitelaw”, un trascinante blues sinfonico (definizione di papà Loki che condivido completamente) sostenuto da una fantastica linea di basso e rifinito dalla splendida voce di Tina Turner.

Tracklist: 1. Under My Thumb – 2. Let’s Spend the Night Together – 3. Acid Queen – 4. I Can See for Miles – 5. Whole Lotta Love – 6. Baby Get It On – 7. Bootsy Whitelaw – 8. Pick Me Tonight – 9. Rockin’ and Rollin’

Per contestualizzare ho proposto un pezzo di cui ho già parlato in queste pagine, “Diamonds & Rust” di Joan Baez. Per esplicare quale fosse il punto di contatto con il disco di Tina Turner ho introdotto io il brano: anzitutto il disco è coetaneo, essendo uscito anch’esso nel 1975 e propone un’altra donna che, come Tina, è in un momento di svolta della sua carriera: nel caso di Joan Baez si tratta di staccarsi dal cliché della contestatrice rivoluzionaria.

La cosa che più di ogni altra mi ha fatto propendere per questa scelta, atipica dal punto di vista puramente musicale (dal soul-blues black al folk white il passo è ardito) è che “Diamonds And Rust” parla di un amore tormentato oramai finito (Bob Dylan?); allo stesso modo sta finendo il tormentatissimo sodalizio personale e professionale fra Ike e Tina. Non a caso un’altra contestualizzazione, dello stesso Zio Gianni, ha proposto Sonny & Cher, indice del fatto che, come si discuteva nel corso della trasmissione, il nostro immaginario è stato colpito dal rapporto di coppia che fonde arte e sentimento (avevo pensato di contestualizzare con Al Bano e Romina, peccato che ho solo un nastro, “Aria Pura” e chissà dove…).

Non dimentico che, riallacciandosi anche alle origini di Tina Turner, nata a Nutbush, Tennessee, è intervenuto alla trasmissione l’amico Gian Pierre che ci ha raccontato, in estrema sintesi purtroppo, del suo recentissimo viaggio negli States, proprio in Tennessee per partecipare, insieme ai Tillamook di cui è il bassista, all’International Blues Challenge di Memphis (in rappresentanza dell’Italia).

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Los Straitjackets, Trieste 15 febbraio 2009

19 febbraio 2009

s_losstraitjacketsNon pago del concerto di Battiato di due giorni prima, non mi sono fatto mancare una presenza all’evento surf consumatosi all’Etnoblog di Trieste, domenica 15 febbraio 2009: i Los Straitjackets, stelle del revival del surf della metà degli anni ‘90 post “Pulp Fiction”.

Qualche anno fa ho passato un semestre di full-immersion nella musica surf, cercando di ascoltare tutto il possibile, anche le cose più improbabili e sconosciute. Dei Los Straitjackets ho ascoltato più e più volte, con grande piacere, due album, “Supersonic Guitars in 3D” (2003) e “The Velvet Touch of Los Straitjackets” (1999), considerato il loro lavoro migliore.

La performance dei quattro di Nashville, Tennessee (che si esibiscono rigorosamente con delle maschere multicolori modello lottatore di Wrestling messicano) è stata eccezionale. Dal palco si sprigionava grande energia, sia per la musica (virtuosismi chitarristici e un grande batterista), che per lo show cosparso di coreografie di gruppo altamente coinvolgenti; lo devo ammettere, mi sono divertito come un ragazzino.

Interessante anche l’idea di proiettare sul muro opposto al palco scene di film sexploitation anni ‘60 che conferivano  quel tocco underground di grande atmosfera.

Per chi vuole saperne di più consiglio il loro sito ufficiale e appendo qua sotto un video tratto dal loro ultimo dvd che rende discretamente l’idea del loro show live.

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Battiato, Trieste 13 febbraio 2009

17 febbraio 2009

battiato_tsUn ottimo Franco Battiato, quello visto lo scorso 13 febbraio 2009 al Teatro Rossetti di Trieste.

L’assenza degli FSC, il gruppo di supporto che lo accompagnava nel 2006 mi ha intristito: trovo che la loro grande energia ben compensi un personaggio che sul palco è sì carismatico, ma sicuramente non scatenato.

Questo non toglie grande merito ai musicisti che l’hanno accompagnato in questa esibizione: il Quartetto Italiano di archi, Carlo Guaitoli e Angelo Privitera alle tastiere e Davide Ferrario alla chitarra hanno fornito un contorno sonoro di notevole spessore e grande atmosfera, ispirando una sensazione di “vicinanza” tipica di un concerto da camera.

La scaletta ha confermato che questo fosse un tour promozionale dell’ultima fatica discografica di Battiato, “Fleurs 2″, che, come i due precedenti “Fleurs”, propone esclusivamente interpretazioni di canzoni di altri autori; purtroppo questo ha lasciato poco spazio al Battiato autore se non in grandi classici; sotto questo aspetto il concerto del 2006 mi è piaciuto di più, meno legato all’uscita discografica del momento spaziando maggiormente negli ormai quasi 40 anni di repertorio del cantautore catanese.

Ma è stato proprio lui, Battiato, ad emozionarmi, con un uso della voce sempre espressivo, una gestualità sorprendentemente interpretativa ed una intensa volontà comunicativa (anche nell’introdurre i brani con racconti ed aneddoti) che non avevo colto quando lo avevo visto la volta precedente.

Tra i momenti più interessanti va ricordata la splendida interpretazione di “Stranizza d’amuri”, la sempre attuale “Povera Patria”, e l’emozione di “La Stagione dell’amore”. Toccante anche il tributo a De Andre’ con “Inverno” e struggente l’interpetazione di “Era d’estate” di Sergio Endrigo. Insomma le emozioni non sono mancate.

Sottolineo infine con grande apprezzamento la scelta di proporre due pezzi del periodo progressive dei primi anni ‘70, “Sequenze e Frequenze” e “No U Turn”, introducendoli quasi come una minaccia: “ora dovete preoccuparvi perché farò qualcosa dei primi anni ‘70″ …avesse fatto pure “Oceano di Silenzio” e “Aria di Rivoluzione”… beh non si può chiedere troppo.

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San Valentino in musica?

14 febbraio 2009

Una compilation per San Valentino? Una sequenza di lenti che farebbero addolcire il cuore del peggior serial killer oppure una carica di energia positiva? …e una versione heavy metal oppure dark?

Butto giù una playlist, sia ben chiaro, non con quelle che considero le canzoni più adatte in assoluto; questa è  semplicemente una selezione del momento, dettata più dal caso che dalla ponderazione, sfogliando la mia libreria musicale.

Valentine’s Playlist:

  1. Elvis Presley – Always On My Mind
  2. Carole King – (You Make Me Feel Like) A Natural Woman
  3. Boston – More Than A Feeling
  4. Dire Straits – Expresso Love
  5. Steve Ray Vaughan – Life Without You
  6. Bruce Springsteen – I’m on fire
  7. Beatles – And I Love Her
  8. The Police – Every Little Thing She Does Is Magic
  9. Asia – The Heat Goes On
  10. Franco Battiato – La Cura

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Battiato oggi a Trieste

13 febbraio 2009

battiatoNell’ambito del tour 2008-2009 Franco Battiato si esibisce oggi al Teatro Rossetti di Trieste. Già fervono i preparativi del melomaniaco che per l’occasione si è aggiudicato (ormai mesi fa) un biglietto in seconda fila (!). Ho già visto Battiato dal vivo nel Castello di Udine nel luglio del 2006, tra parentesi sotto un diluvio non da poco e devo dire che mi sono divertito parecchio. Sono rimasto molto impressionato dalla band che lo accompagnava e che spero sia presente anche a questo evento, gli FSC, un giovane trio (batteria, basso e chitarra-tastiere) di Padova di grande impatto sonoro.

Un resoconto dopo il week-end.

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13th Floor Elevators a Dica 33

12 febbraio 2009

13thfloorelevatorspsychedelicsoundsAnche sabato scorso ero presente alla diretta di Dica 33, la trasmissione di Radio Fragola che presenta nella sua completezza un vinile, accompagnato da alcuni brani di contestualizzazione. (ogni sabato dalle 21.00 alle 22.30)

Presenti due dei tre abituali conduttori (Papà Loki e  Zio Gianni) il 33 giri della settimana è stato però scelto e presentato da Vinnie Johnson, tra l’altro un amico di gioventù che non vedevo da anni. Molto piacere mi ha fatto sapere la sua scelta del vinile, il primo album dei 13th Floor Elevators, The Psichedelic Sound of 13th Floor Elevators, storico gruppo di Austin, Texas, che trovò fortuna nella bay area di San Francisco nel periodo di massimo fulgore psichedelico.

Dal disco (sicuramente il loro migliore) potete apprezzare nel video sotto “You’re Gonna Miss Me” la loro hit più famosa; quello strano suono costante in sottofondo è un jug elettrico il cui suono viene associato a quello prodotto dal Didgeridoo, il caratteristico strumento australiano. Il sound ipnotico e psichedelico del jug elettrico è il marchio di fabbrica dei 13th Floor Elevator, che possono vantare, al contrario della Settimana Enigmistica, veramente pochi tentativi di imitazione; non posso tralasciare una menzione per le mie tracce preferite, le cupe e misteriose “Roller Coaster” e “Kingdom of Heaven”.

Per contestualizzare ho portato un live in New York (1968) dei Quicksilver Messenger Service con cui la trasmissione ha aperto (il bluesaccio “Back Door Man”); papà Loki ha deciso poi di lasciare tutto il live come fondino per la puntata.
A proposito di contestualizzazioni va ricordata quella, rigorosamente in vinile, proposta dallo stesso Vinnie: gli It’s A Beautiful Day con la meravigliosa “White Bird”; canzone, disco e soprattutto copertina che meriteranno una riflessione a parte.

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